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Æssenza

Quest’opera manifesta la volontà di costruire un ponte fra culture diverse, contrarie nel concepire la rappresentazione del mondo, del divino.

Questa volontà reclama un sacrificio, la rottura di un “vaso”, ormai troppo pieno, e l’offerta dei suoi frammenti per edificare, riedificare un tempio allo spirito della pace.

Credevo che l’apice della mia ricerca artistica fosse rappresentato dalle sculture in terracotta che chiamo, “Odalische e Osmunde”. Opere antropomorfe, che rimandano alle Madri Mediterranee, ma che, dovendo adattarsi alla tecnica della ceramica, somigliano un po’ a grandi vasi. Costruite salendo dal basso, crescono come colonne generate con moto circolare intorno a un asse cavo. Come per i vasi, la forma esterna, visibile, è determinata dalla forma del vuoto interno.

La volontà di conoscenza alimenta il desiderio di identificarci nella realtà, di incidere  il nostro contorno, di raccontarci. Ecco, qui, l’argilla plasmabile, materia tangibile per antonomasia, poi ceramica, dura e pesante, si fa parola. Si può dire che le Odalische sono la pelle, modellano l’impronta istoriata del vuoto che contengono. In realtà queste sculture tradiscono la presunzione di poter afferrare dentro noi stessi, nel nostro agire, il senso di un mistero insondabile. Proprio l’eccessiva pienezza di quel “vuoto” ha causato la rottura del vaso, traboccando nell’assenza. Il concetto di Assenza dilaga oltre il Vuoto, che, rappresentando qualcosa concepibile dalla mente, può essere riempito. Assenza, per definizione, è ciò che non è, travalica la comprensione: un assoluto non rappresentabile.

 Nell’arte l’assenza non è vuoto né mancanza, è possibilità, suggestione, invito alla condivisione, germe di rappresentazione, vita nuova.
I frammenti stimolano la voglia di completare, rinascere, a differenza del compiuto, che emana sempre una sensazione agrodolce, magari di bello, ma anche un po’ mortifero… cimiteriale…
Il pensiero corre immediatamente alla Nike di Samotracia, ma il principio vale anche per i frammenti anonimi dei reperti archeologici …
Le tracce dell’assenza seguono un percorso che, incrociando le vie delle storia, va dalla venere di Savignano, all’incompiuto michelangiolesco, all’informale, comprendendo, attraverso i secoli, perfino i barbari scempi degli iconoclasti.
Nella contemporaneità i guerrieri del Daesh, mentre fanno a pezzi le antiche statue, paradossalmente, contribuiscono a risvegliare i loro spiriti. La barbarie, che vuole cancellare, evidenzia invece come la forza dell’arte si manifesti, ancor più potente e insopprimibile, nell’assenza.

Così è nata Æssenza:

Essenza,  oltre la materia, essenza oltre il suo contrario, ma, insieme,  assenza dentro, fuori dallo spazio, nel pieno e oltre il vuoto:

Æssenza scioglie  il credo, ammutolisce ogni  professione  di fede, sgretola i templi. “Ciò che non è” impregna la materia, risolvendo il pieno nel vuoto e viceversa, non si può dire o rappresentare. Un attimo prima di dissolversi nella contemplazione dell’Assenza, la mente può cogliere, come  traccia calcata nell’ oro sfolgorante, il confine del proprio annichilimento.

Æssenza vuole quindi condurre, al bordo dell’aureo confine, la volontà di appartenenza attraverso la sottomissione all’inconoscibile mistero della realtà.

Spaccando, distruggendo l’opera si attua la dissoluzione/soluzione della forma nell’assenza, restando la sua essenza intatta nei frammenti, come  scintille visibili di un intero di cui si coglie il significato soltanto con l’astrazione dai sensi.

Attraverso questo atto auto-iconoclasta dirompente, ma non violento, si genera una conversione della forma, che si pone come snodo allo zenit di una ricerca individuale, che continua a mantenere intatto il suo valore di tentativo.

Si avvierà così un infinito processo ondulatorio di morte e rinascita dei tentativi per apprendere/comprendere il giusto metodo: una storia che resterà scritta nei frammenti delle opere distrutte.

San Bernardo in Valle, gennaio 2018

Claudio Carrieri